Ai confini della realtà
Chiuso in questi giorni il tratto della pista ciclabile del Naviglio Grande che va da Turbigo a Cassinetta di Lugagnano. Nel 2002 un incidente ciclistico tra una signora ed una comitiva di ragazzini, si concluse con la morte della prima, caduta nelle acque del canale, ripescata quasi due chilometri a valle e deceduta di fatto un anno dopo, senza mai essere uscita dal coma in cui versava. L’accaduto ha portato ad un inchiesta giudiziaria che, oltre a stabilire l’entità del risarcimento del danno ai parenti della vittima, ha sottolineato le responsabilità civile dell’ente gestore di quel tratto di pista ciclabile, nello specifico il Parco Ticino. La conseguenza di questa attribuzione di responsabilità, motivata dalla Corte con la scarsa sicurezza di quel tratto di pista ciclabile, mancante di parapetto e adiacente ad un argine molto scosceso, ha indotto i responsabili dell’ente a chiudere al traffico pedonale e ciclabile il tratto, tra le proteste di migliaia di utenti. Il preventivo per la messa in sicurezza dell’argine con la costruzione di un parapetto si aggira intorno ai cinque milioni di euro. In linea teorica non fa una piega, ma l’andare a cavillare sulla messa in sicurezza di un naviglio costruito otto secoli fa, potrebbe avere la ingestibile e paradossale conseguenza di dover mettere in sicurezza l’intero pianeta terracqueo. Se infatti il medesimo criterio di responsabilità venisse esteso con lo stesso metro di giudizio ad ogni marciapiede, pista ciclabile o carreggiata, dovremmo probabilmente montare parapetti (imbottiti) sulle roggie e i sentieri di montagna, o foderare di gomma i guard rail. Non risulta al contrario che in tratti interessati statisticamente da vere e proprie ecatombi ci sia la stessa solerzia nell’indurre gli enti responsabili a prendere provvedimenti. Non è possibile sapere quando il tratto interessato verrà riaperto, anche perché oltre al reperimento degli ingenti fondi, bisognerà stabilire come procedere, trattandosi come detto di tratti di rilevanza storica. In attesa di una celere soluzione, si consiglia di andare a pedalare da un’altra parte per i prossimi dieci anni.
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