Thursday, February 18, 2010

Salviamo la ricerca

La tematica è quanto mai di attualità. Da anni periodicamente si torna a parlare di fondi negati alla ricerca, di fuga di cervelli all’estero, di mancanza di opportunità per i giovani ricercatori. E qui si tratta di politica e della miope necessità di tagliare indiscriminatamente fondi senza fare due calcoli su quale potrà essere l’utilità un domani anche in termini economici di determinate scoperte e progressi scientifici. Periodicamente però sembra anche che qualcuno di questi ricercatori agisca di proposito per giustificare l’indifferenza di chi li deve sostenere. L’ultimo episodio è di questi giorni e porta alla ribalta delle cronache una ricerca condotta in Irlanda del Nord da un esimio professore di psicologia. I suoi risultati dimostrerebbero che da un’analisi della popolazione italiana emergerebbe un quoziente di intelligenza mediamente più elevato nelle regioni settentrionali a confronto con quelle meridionali. In particolare secondo i suoi studi i più intelligenti sarebbero gli abitanti del Friuli. La ricerca motiva le sue sensazionali risultanze scientifiche con le differenti e ripetute colonizzazioni e commistioni tra europei e nordafricani succedutisi nelle regioni del sud, che avrebbero condotto ad una minore qualità dei geni che sovrintendono all’intelligenza del singolo. Bene. Tralasciamo i commenti sulle basi storiche da cui parte il nostro professore, come se al nord Italia non fossero mai passati i diversi gruppi etnici che periodicamente sono andati a mettere a ferro e fuoco la penisola o come se si volesse dimenticare la varietà di popoli che animava ad esempio un certo Impero Romano. Possiamo pure capire come più di un secolo fa Cesare Lombroso, con i relativi strumenti di cui disponeva, potesse aver sviluppato le sue teorie sulle caratteristiche fisiologiche dei criminali, ma nel 2010 il fatto che qualcuno venga pagato per studiare e pubblicare una teoria che generalizza e confronta così banalmente i quozienti intellettivi di intere regioni lascia un attimo perplessi. Purtroppo il professore irlandese è in buona compagnia. Celebri studi hanno stabilito che le mucche che hanno un nome proprio producono più latte, che in una rissa in pub è meglio essere colpiti da una bottiglia di birra vuota che da una bottiglia di birra piena, che i rifiuti domestici possono essere ridotti del 90% grazie all’apporto di batteri prelevati dalle feci di un panda gigante. Il metronomo oscilla pericolosamente tra l’ovvietà e l’inutilità. Salviamo la ricerca. Ma non proprio tutta magari.

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Tuesday, February 16, 2010

Cambiare prospettiva

Ieri sera ho cambiato musica. Ho acceso il mio lettore mp3 e come spesso capita quando decidi di mettere su un disco o un film. stavo per indugiare sulla scelta di questo o quell’artista o di questa o quella canzone, tra le oltre 30mila presenti. Come sempre, tra tanta abbondanza, come un allenatore che ha troppi bravi giocatori, l’imbarazzo della scelta stava per prendere il sopravvento, finendo inesorabilmente con il rifugiarsi in qualcosa di noto, sicuro, rassicurante e, probabilmente già sentito troppe volte. Ieri sera no. Una rapida occhiata al menu e anziché scorrere classicamente la lista di artisti per decidere se buttarmi sull’energia degli U2 o le ballate dei REM, tanto per fare un esempio, ho cambiato metodo. Ho scelto il menu dei brani, e senza perder tempo ho scelto una lettera, la B. Senza un particolare motivo. Dopo qualche secondo di scorrimento mi sono fermato sul primo brano che mi ispirava, Bad Obsession dei Guns ‘n’ Roses, concedendomi l’unica scelta consapevole della serata. Collegato il lettore allo stereo (io lo chiamo ancora così, sono degli anni settanta) senza telecomandi o altre diavolerie, mi sono fatto sorprendere dall’ordine alfabetico, ovviamente convinto che in pochi minuti avrei rimesso mano al menu per cambiare qualcosa. Invece no. Nelle due ore successive la sequenza eterogenea dei brani e degli artisti non ha lasciato spazio a ripensamenti. Nota dopo nota, partendo dall’Hard Rock, passando dalla canzone italiana a pezzi di Jazzfusion americani, ho riscoperto musica che non sentivo da anni o che addirittura non avevo proprio mai sentito. L’esperienza è stata quanto mai rilassante. Come l’immenso database di una radio, ma senza obblighi editoriali o senza deejay chiusi nella propria categoria, il piccolo lettore mp3 come un vocabolario ha messo in fila tutto e tutti, senza pensieri, senza distinzione di metrica, di lingua, di ritmo, di colore. La nuova prospettiva ha ridato senso a questo piccolo box ipertecnologico, uno dei tanti contenitori in cui giorno dopo giorno si buttano tante cose che dopo un po’ non ci si ricorda nemmeno di avere o del motivo per cui ce le abbiamo messe. Ogni tanto cambiare funziona. E non poco.

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