Monday, November 30, 2009

COME GALLI DA COMBATTIMENTO

L’equilibrata e civile Svizzera ha votato. No alla costruzione di nuovi minareti. Risultato atteso o inatteso che fosse, ha in ogni caso dato fuoco ovunque alle polveri della polemica. Religiosa? Politica? Sociale? Difficilissimo distinguere su un argomento come questo. Non potendo allora dare una classificazione alla polemica, potremmo evidenziare il denominatore comune alle tre categorie. Ovvero la polemica stessa, a prescindere dall’origine, a prescindere dal tema, a prescindere persino dalla natura dei contendenti. Possibile? Sembra proprio di si. Ogni evento, ogni avvenimento, trova spazio più in funzione del contradditorio che ne deriva che non in funzione del tema stesso. Poco importa se i fatti derivano da una semplice presa di posizione o dalla promulgazione di una nuova legge. Ciò che conta è il clamore suscitato, che a seconda può arrivare da una discussione in un bar ad una interpellanza parlamentare. Si tira su un bel muro tra amici e nemici, favorevoli e contrari, bianchi e neri, guelfi e ghibellini e via, si parte. Arrivano titoli che si ripetono per giorni e giorni, interminabili trasmissioni televisive piene di esperti, ulteriori polemiche. Come in un gigantesco salotto tutti discutono di tutto con leggerezza e convinzione come se stessero argomentando su un rigore negato. Proprio un vecchio adagio calcistico suggeriva che siamo tutti allenatori della nazionale. Lo stesso adagio ha ormai superato i bar sport e le tribune degli stadi e viaggia veloce sulle connessioni Internet, nei televisori al plasma, raggiunge e coinvolge tutto e tutti, cronaca nera, scandali sessuali, scelte religiose. Come una moneta in un gigantesco jukebox l’argomento della settimana fa partire la canzone e tutti se la suonano e se la cantano fino al prossimo brano. Poi la traccia finisce e ne comincia un’altra. Ma mentre il disco gira dalla traccia non esce nessuno. Forse chi mette la moneta si diverte un mondo. O forse è semplicemente soddisfatto che tutti siano costantemente impegnati a darsele di santa ragione, se va bene solo a parole, se va male come galli da combattimento. Chi vince sta sempre a guardare. Da fuori.

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Friday, November 27, 2009

VICINI AL CITTADINO. NORMALE? NO.

La stampa riprende un intervista all’assessore di un piccolo comune del piemontese. Assessore con delega alle piccole cose. Si chiama così. In pratica nel piccolo centro è il riferimento dei concittadini per luci fulminate sui lampioni, buche sulla strada, disservizi della rete idrica, piccole cose insomma. Piccole? Cose che capitano in quel paesino come in tutto il resto del mondo, a prescindere dalla dimensione dell’abitato. Allora qual è la notizia? Evidentemente che qualcuno se ne occupi. Teoricamente seguendo i rapporti di azione e reazione, domanda e risposta, elettore ed eletto, si arriva dal cittadino ad un’istituzione locale. Che è li anche per occuparsi delle piccole cose. L’enfasi sulla delega alle piccole cose suggerisce invece che al di fuori di quel comune o di altra analoghe realtà, le piccole cose abbiano un diverso destino. L’assessore in questione dice testualmente che i cittadini lo trovano in municipio o talvolta lo raggiungono sul cellulare. Lui va a fare un sopralluogo di persona e organizza il da farsi, nei limiti del bilancio, si intende. Impensabile in una grande città, anche per la salute dell’assessore chiaramente. L’impressione però è che il logico percorso di filtraggio e subdelega delle competenze segua fenomenologie analoghe a quelle della rete idrica, che vanta una percentuale elevatissima di dispersione di acqua potabile tra la fonte e il rubinetto. Le piccole cose si perdono spesso per strada e magari nemmeno arrivano. Due titoli in prima pagina su un paio di grandi questioni, convegni, riunioni, stanziamenti, litigi, opinioni contrastanti. Intanto la lampadina del lampione è ancora fulminata, ma non se lo ricorda nessuno. Domani non ci si ricorderà neanche la grande questione, forse perché non era nemmeno così importante. Due passi all’aria aperta fuori dalle mura del castello potrebbero aiutare la memoria? Scommetto che l’assessore piemontese direbbe di si. Non a caso ha anche un mestiere fuori dal Comune. Un lavoro all’aria aperta. Fa il giardiniere. Appunto.

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Wednesday, November 25, 2009

RIAPRIRE LE CASE CHIUSE. PERCHÉ?

L’assessore alla salute del comune di Milano ha dichiarato oggi che la riapertura delle case chiuse sotto il profilo sanitario potrebbe essere una soluzione al proliferare di nuovi casi di AIDS nella metropoli lombarda. Le strutture di questo genere dice, permetterebbero un maggiore controllo sulla salute di clienti e ”intrattenitrici”. Perché? E’ quello che vorrebbe sapere anche una signora di 74 anni che si è sentita dire dal suo medico curante che alla sua veneranda età ha contratto l’AIDS. Perché? Ecco perché: periferia di Milano, ore 11.00 circa. Uno di quei viali secondari tra la tangenziale e la città. Ad un angolo una prostituta, di fronte altre due. La macchina che si ferma a pochi metri fa scena. Berlina, scura, grossa cilindrata. Prezzo elevato. Lui è distinto, abito di pregio, barba fatta, capelli in ordine. Si avvicina con decisione alla signora della strada, la via è già nota, si appartano a pochi metri, lui rifiuta protezioni, non sente niente altrimenti, dice. Pagherà di più, ma quello non è un problema, pensa. Riaccende la macchina, via, a pranzo con i colleghi di lavoro. Giornata piena. La sera a casa, un bacio ai bambini, la moglie chiede com’è andata. Non me ne parlare, una riunione dopo l’altra. Sicuro, di che genere fossero le riunioni non lo dice ovviamente. Ogni tanto, è statistica, qualche dovere coniugale da sbrigare. Nessuna novità insomma. Ogni tanto, è statistica, lei ha una relazione. Alla fine gli anni passano e in ospedale ci finiscono in tre, moglie, marito e amante. O forse in quattro, perché nel frattempo l’amante ha trovato la sua via. Quasi tutti si chiedono ancora come sia potuto succedere. Quasi tutti. Uno invece lo sa benissimo. Ma non era un problema. Prima.

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Monday, November 23, 2009

PIERO

Ciao, io mi chiamo Piero. Veramente Piero non è il mio nome ma in cantiere il mio nome non riusciva a pronunciarlo nessuno. Così mi chiamano tutti Piero. Sono in italia da 5 anni, giorno più giorno meno. Sono arrivato in barca. Il resto potete immaginarvelo. Ho imparato a fare il muratore, sempre in nero si intende, a uno come me il lavoro, quello vero, non lo da nessuno. Però fino a poco tempo fa c’era da fare e non ci si poteva lamentare. Adesso c’è la crisi, dicono, e non mi chiamano più. In cinque anni non ho mai avuto problemi, mai un furto, lontano da droghe e giardinetti. Mai un problema, io sono una brava persona sai, ho una famiglia oltre il mare. Ieri però mi hanno fermato, mi hanno detto che non andava bene, che non avevo i documenti. Non è bello quando ti fermano. Al mio paese quando ti fermano sono dolori. E non è un modo di dire. Ieri però sono stati gentili, dicono che lo sanno che in questi anni non ho mai fatto niente di male. Però mi hanno tenuto li tutto il pomeriggio, mi hanno preso le impronte e dopo qualche ora che aspettavo mi hanno fatto vedere una carta e mi hanno detto che mi portavano in carcere. Io mi sono spaventato. Al mio paese quando ti portano in carcere sono dolori. E anche li non è un modo di dire. Ho detto che non ho fatto niente di male, ma niente mi ci hanno portato lo stesso. Hanno detto di stare tranquillo perché sarebbe stato veloce. Io ieri non ho capito bene. Comunque ho passato una notte in carcere. C’era tanta gente li. Tanti come me, altri avevano la faccia più cattiva. Però sono stati gentili anche li. Stamattina ci hanno messi tutti su un pullmann con le finestre piccole piccole e i vetri grossi grossi e ci hanno portati nel palazzo della giustizia. Li ci hanno messo in una grossa gabbia e c’era un giudice e tante altre persone con delle strane toghe nere. Uno si è avvicinato e mi ha chiesto se avevo un avvocato, io gli ho fatto vedere un foglio che mi avevano dato ieri. C’era un avvocato scritto, ma oggi non era venuto. Allora mi ha dato un bigliettino da visita e mi ha fatto firmare un’altra carta. Ha detto che ci pensava lui. Io non ho capito bene. Siamo stati li tutta la mattina poi mi hanno fatto uscire dalla gabbia e ho parlato con il giudice. Abbiamo parlato un po’, poi ha parlato anche il tipo che mi ha dato il bigliettino. Ha detto che chiedeva i termini di difesa. Io non lo so cosa vuol dire, comunque il giudice ha risposto che devo tornare tra due mesi. Io mi sono spaventato di nuovo perché non volevo stare due mesi nel carcere. Poi mi hanno fatto firmare un’altra carta e mi hanno detto che potevo uscire. Io sono uscito però non ho capito bene, ho parlato un attimo con quel tipo, quello del biglietto da visita, ha detto di stare tranquillo che ci pensava lui. Io non ci ho capito quasi niente ma quelli di ieri avevano ragione. È stata una cosa veloce. Fuori è una bella giornata.

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